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Solitudine o Libertà? Cosa ho imparato vivendo tra il calore italiano e il “silenzio” giapponese

  
Immagine composta da tre pannelli che illustra le differenze culturali tra Italia e Giappone. A sinistra, un gruppo di amici festosi pranza all'aperto in un terrazzo italiano. Al centro, una donna cammina da sola su un ponte con una valigia. A destra, un uomo sorseggia del tè in solitudine ammirando un tranquillo giardino zen giapponese (karesansui).
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Solitudine o Libertà? Cosa ho impara...

Ciao a tutti, cari amici di Japamici!

Manca poco alla mia partenza. Come sapete, la mia vita è divisa a metà: faccio la spola tra l’Italia e il Giappone, e ogni volta che torno nella mia terra d’origine, ci resto per almeno un mese.

In questi giorni, mentre preparo le valigie, sta succedendo qualcosa di tipicamente… italiano.

Diversi amici, sapendo che sto per partire, hanno scritto al mio compagno messaggi del tipo: “Izumi parte, vero? Mi raccomando, se ti senti solo o non vuoi cenare da solo, vieni da noi quando vuoi!” È un gesto che trovo adorabile. Ma mi fa riflettere su una cosa: quanto è bassa, per un italiano, la soglia di tolleranza alla solitudine? Per voi, vedere un amico “solo” per un breve periodo è quasi un’emergenza a cui rimediare con un invito a cena.

Perché Tokyo sembra “fredda”?

Molti dei miei studenti italiani che visitano Tokyo mi dicono spesso: “I giapponesi sono distanti”“È difficile farsi degli amici veri”.

Io sorrido, perché capisco il loro punto di vista. Se ti aspetti il calore e la “prossimità” fisica costante dell’Italia, il Giappone può sembrare un deserto emotivo. Ma la verità è che abbiamo solo un modo diverso di intendere la vicinanza.

La mia doppia anima: il “nido” italiano e la “bolla” giapponese

In Italia, la rete sociale è una vera rete di salvataggio. Nei miei 26 anni qui, ho vissuto momenti difficili, e i miei amici italiani c’erano. Fisicamente. Erano lì, presenti, pronti a riempire il vuoto. Questo “calore” mi scalda il cuore e mi fa sentire protetta.

Però, c’è un segreto che voglio confessarvi: quando atterro in Giappone, nell’area del Kanto, provo un immenso senso di sollievo.

Lì, posso stare da sola senza che nessuno si preoccupi per me. Posso godermi il mio spazio, il mio silenzio, senza sentirmi “sbagliata” o isolata. In Giappone, la solitudine non è una mancanza, ma spesso una forma di libertà e di rispetto per l’altro.

Due modi diversi di dire “ti voglio bene”

Ho delle carissime amiche in Giappone dai tempi della scuola. Ci sentiamo raramente, ci vediamo ancora meno rispetto alla media italiana. Eppure, il legame è d’acciaio. Ci pensiamo, sappiamo di esserci, ma non abbiamo bisogno di “dimostrarlo” fisicamente ogni settimana.

È una questione di espressione, non di profondità.

  • In Italia, l’affetto è presenza fisica.
  • In Giappone, l’affetto è presenza spirituale e rispetto dello spazio altrui.

Spesso non ci accorgiamo di cosa sia “normale” per noi finché non lo confrontiamo con l’altro. Viaggiare tra questi due mondi mi ha insegnato che non esiste un modo giusto di stare insieme, ma esiste la ricchezza di poter scegliere.

Oggi scelgo il calore dei vostri messaggi, ma domani sceglierò il silenzio rigenerante di una passeggiata solitaria a Tokyo. E in entrambi i casi, mi sentirò a casa.

E voi? Potreste vivere in una società dove la solitudine è considerata un valore, o avete bisogno del “rumore” degli amici per stare bene?

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